I “Terribili 2”

I “Terribili 2”

Molti genitori sanno che a 2 anni i propri figli cambiano radicalmente. La loro trasformazione è a livello cognitivo, comportamentale ed emotivo. In questo particolare periodo evolutivo i figli sperimentano un bisogno emergente di autonomia che spesso si associa a comportamenti dirompenti, provocatori o aggressivi nei confronti dei propri genitori. In genere questi comportamenti di sfida nei bambini tendono a scomparire gradualmente con la crescita, ma talvolta essi permangono strutturandosi nelle varie fasi evolutive.

I comportamenti tipici dei ‘terribili 2’ anni sono:
–       Richieste continue ed estenuanti che possono durare anche ore;
–       Capricci, spesso usati dai bambini più piccoli per ottenere ciò che vogliono o per evitare di fare qualcosa che è stato richiesto da un genitore;
–       Uso delle minacce, soprattutto per affermarsi nei confronti del genitore con frasi del tipo: “Scapperò”, “Non ti parlerò mai più”. Talvolta vengono usate anche delle aggressioni fisiche come lanciare oggetti al genitore e/o picchiarlo;
–       Vittimismo. In questi casi i bambini si lamentano facendo intendere ai genitori che non si sentono amati e voluti da loro e che per questo sono molto infelici.

Non è difficile comprendere quanto sia difficile gestire tali reazioni. Molto spesso nel mio lavoro mi trovo a rispondere ad una prima domanda fondamentale che i genitori mi pongono: Perché nostro figlio ha iniziato a comportarsi così? Ecco la risposta.
La ricerca di indipendenza/individualità nei bambini di 2 anni non può prescindere dalla ‘verifica’ degli effetti che tale ricerca può avere nelle relazioni significative per il bambino stesso. Ecco perché le manifestazioni di ribellione coinvolgono principalmente il rapporto con i genitori e con le figure più importanti e vicine al bambino. A quell’età sapere che i propri genitori risponderanno in modo calmo, deciso e coerente alle provocazioni e ribellioni fornisce una cornice chiara e solida entro la quale per i bambini è possibile ritagliarsi nuovi spazi di autonomia e indipendenza volti ad esplorare e conoscere. La reazione genitoriale in questi casi fornisce sicurezza e rassicurazione.

Tuttavia per alcuni genitori gestire le reazioni aggressive dei figli a quell’età causa un forte senso di disagio: frustrazione, senso di inadeguatezza, rabbia, paura sono alcune delle risposte emotive che le coppie genitoriali lamentano.

Uno studio pubblicato sul Journal of Family Psychology ha analizzato la connessione esistente tra il comportamento dirompente nei bambini e la risposta di eccessivo controllo/invadenza di alcuni genitori (Yan, Ansari e Wang, 2019). Lo studio ha dimostrato che di fronte ai comportamenti di ribellione e aggressività dei figli i genitori possono accentuare una serie di pratiche intrusive nella speranza di controllarli in maniera più efficace. In particolare gli adulti tendono a limitare i desideri di autonomia dei bambini, divengono particolarmente normativi e controllanti, evitano sempre più di portare i figli in situazioni sociali interrompendo involontariamente, così, le opportunità dei bambini di praticare abilità utili per regolare i loro comportamenti esternalizzanti.
 
Quando il senso di frustrazione nei genitori aumenta è più probabile che cerchino di gestire i figli alzando la voce, punendoli, mostrandosi arrabbiati per poi ritrovarsi mentalmente e fisicamente sfiniti. Tali reazioni, purtroppo, tendono ad alimentare le esternalizzazioni dei figli in una escalation faticosissima per tutti.
 
I ‘terribili 2’ è solo una fase evolutiva ma mette duramente alla prova i genitori. Questi devono sapere che è possibile gestirla senza particolare ansia, e affrontarla in modo più fluido e consapevole a totale beneficio della famiglia.

 
 
RIFERIMENTI

Yan, N., Ansari, A., & Wang, Y. (2019). Intrusive parenting and child externalizing behaviors across childhood: The antecedents and consequences of child-driven effects. Journal of Family Psychology, 33 (6), 661-970.

La perfetta imperfezione

La perfetta imperfezione

Nel lavoro, nello studio, nelle relazioni sociali, nella cura del proprio aspetto fisico il bisogno di aderire a standard di perfezione è un fenomeno sempre più dilagante. Un gran numero di individui ritiene che esistano ‘modelli’ da raggiungere in ogni campo della propria vita che però, nonostante l’impegno profuso, non riescono quasi mai ad eguagliare. Il risultato è un costante e pervasivo senso di fallimento, caratterizzato da pensieri ruminanti negativi che parlano della propria inadeguatezza, pigrizia o stupidità.

Se non ci si abbandona al senso di disperazione si ritenta, più tenaci e determinati di prima, divenendo sempre più critici ed esigenti con sé stessi e con gli altri. Molto spesso gli altri non riescono (ahimè neanche loro) a soddisfare le aspettative di questi soggetti risultando inaffidabili o, peggio ancora, deludenti. Ecco che la spirale perversa si completa portando i perfezionisti ad isolarsi sempre di più, convinti che le persone che li circondano non sono all’altezza e potrebbero impedire loro la legittima scalata verso il successo personale.

Secondo l’ American Psychological Association, il perfezionismo tra i giovani è notevolmente aumentato dagli anni ’80 e sembra associarsi ad un incremento dello stress, della depressione e dell’ansia nella società. Il desiderio di essere perfetto nei giovani sembra essere inoltre correlato a pensieri suicidari. In una meta-analisi pubblicata sul Journal of Personality, i ricercatori hanno trovato 45 studi su 54 campioni, con 11.747 partecipanti che collegavano il perfezionismo a pensieri e comportamenti suicidari.

Molto spesso tali ideali di perfezione sono astratti, o comunque molto distanti dalla vita reale di queste persone. Voglio essere magra; vorrei essere bella come quell’attrice; desidero essere più felice; sto trascurando la mia famiglia perché voglio avere più successo nel lavoro. Queste sono alcune delle affermazioni che talvolta ascolto nel mio lavoro di psicoterapeuta. Nulla di male a volersi migliorare, ma quando le ascolto io rispondo: quanti chili pensa di dover pesare per definirsi magra? Lei e quell’attrice siete due persone distinte, in cosa esattamente vorrebbe assomigliarle per sentirsi finalmente bella? La felicità non può essere una condizione permanente; in questo momento si ascolti e scopra come si sente davvero. Oppure: quali sono esattamente le cose che dovrà ottenere per definire sé stesso come uno che ha avuto successo nel lavoro?

L’infelicità nei perfezionisti è prevalentemente legata al fatto che per loro non è mai chiaro quali siano gli indizi concreti che possano far capire quando avranno realmente raggiunto gli obiettivi prefissati. E così, in una nebbia indefinita, essi continuano una ricerca estenuante senza mai sentire di averli afferrati davvero. Prima di pensare a ciò che si desidera, è importante chiedersi se ci si sente intrappolati nella gabbia dorata del perfezionismo.

Se è così, si può cambiare. L’indefinito lentamente può essere definito, e dovrebbe esserlo, così che il benessere psicologico possa arrivare alla portata dell’essere umano e della sua perfetta natura imperfetta.

Riferimenti bibliografici

Curran, T., & Hill, A. P. (2017). Perfectionism Is Increasing Over Time: A Meta-Analysis of Birth Cohort Differences From 1989 to 2016. Psychological Bulletin.
Smith, M. M., Sherry, S. B., Chen, S., Saklofske, D. H., Mushquash, C., Flett, G. L., & Hewitt, P. L. (2018). The perniciousness of perfectionism: A meta‐analytic review of the perfectionism–suicide relationship. Journal of Personality, 86(3), 522-542.  doi.org/10.1111/jopy.12333