Il conflitto

Il conflitto

Un conflitto è più di una divergenza. In tutte le relazioni umane è naturale che persone diverse abbiano esperienze e opinioni diverse. Mentre la divergenza rappresenta questa naturale, e comune, differenza il conflitto costituisce una condizione caratterizzata da tensione emotiva intensa.

Il conflitto può manifestarsi sia internamente all’individuo sia nelle relazioni interpersonali.

Un conflitto intrapsichico (interno allo stesso individuo) nasce quando nella persona vi sono differenti istanze che chiedono contemporaneamente il soddisfacimento di bisogni non conciliabili. Ad esempio quando si sente il bisogno di chiudere una relazione affettiva ma si desiste perché preoccupati del benessere emotivo dell’altra persona; oppure quando si ha l’opportunità di uscire dal nucleo familiare (Università o lavoro) e si teme di non essere in grado di affrontare il mondo degli adulti senza il supporto della propria famiglia di origine.

Un altro tipo di conflitto è quello interpersonale. Esso si manifesta quando due o più persone sono in relazione e almeno una di esse percepisce una minaccia, indipendentemente dal fatto che la minaccia sia reale. Anzi, molto spesso i comuni conflitti che caratterizzano la nostra quotidianità attengono minacce che non hanno nulla di reale ma riguardano aspetti del nostro Sé. Facciamo un esempio. In un comune litigio tra coniugi probabilmente entrambi mostreranno comportamenti rabbiosi perché sentono minacciato un aspetto di Sé ritenuto particolarmente rilevante: “sei il solito sfaticato” farebbe sentire un uomo sminuito nelle sue capacità, “lasciami in pace” farebbe sentire una donna completamente sola. Ecco che in virtù dei rispettivi bisogni frustrati (di sentirsi competente, utile ed efficace in lui e di poter condividere le proprie esperienze con un compagno in lei) queste semplici asserzioni alimentano il conflitto che porta gli individui a manifestare comportamenti rabbiosi volti alla difesa personale e all’attacco.

Tentare di ignorare il conflitto è inefficace proprio perché in esso noi ravvisiamo delle minacce percepite al nostro benessere e alla nostra sopravvivenza: come potremmo ignorare aspetti così vitali per noi? Infatti non ci riusciamo, e il conflitto con i suoi riverberi emotivi tende ad accompagnarci per molto tempo.

Eppure anche affrontarlo diviene pericoloso. Va ricordato che tutti noi rispondiamo ai conflitti in base al significato soggettivo che attribuiamo alla situazione, e non certamente in base a una revisione obiettiva dei fatti. Ci sentiamo feriti. Siamo arrabbiati perché i nostri bisogni non vengono soddisfatti. Ricordiamoci che in tutto questo siamo concentrati solamente sul nostro Sé e su ciò che questo esige. L’altro, d’altro canto, forse sta facendo la stessa cosa.

Non si tratta di definire quale Sé ha la priorità sull’altro. Si tratta solo di comprendere che ci sono dei bisogni in gioco, e che probabilmente il motivo per il quale si sta litigando è solo un velo, una banale scusa dietro la quale reclamano voce bisogni più complessi.

Compreso questo è possibile agire con maggiore consapevolezza nella relazione, invece di reagire ad una presunta minaccia al Sé con la tipica modalità ‘attacco’ o ‘fuga’. Tutto dipende dalla capacità di guardarsi dentro e cogliere, al di là dei futili motivi dei quali si parla, quali bisogni si stanno mettendo in gioco in quella particolare situazione.

Soggettività, comunicazione e scuola

Soggettività, comunicazione e scuola

È opinione comune che esista una realtà unica e oggettiva con un suo ordine e un suo significato e che sia possibile osservarla dall’esterno in modo imparziale e univoco. Immediata conseguenza di tale opinione è che, se solo volessimo, potremmo tutti arrivare ad una comprensione condivisa e oggettiva delle cose e che se ciò non accade è solo per una personale incapacità ad essere obiettivi.
Risulta invece sempre più evidente che non si può parlare di conoscenza della realtà in senso assoluto ma che la conoscenza è sempre in relazione al soggetto che conosce. La realtà non può configurarsi come un’entità unica esistente in sé, bensì si delinea come un insieme di processi conoscitivi (uno per ogni individuo, ciascuno valido e irriducibile), che continuamente si incontrano e si articolano. Ogni processo di conoscenza della realtà aiuta a conoscere non già le particolarità dell’oggetto o del fatto percepito, ma le caratteristiche e il punto di vista della persona che conosce. Ad esempio, dopo un contrasto due persone racconteranno i fatti secondo il proprio punto di vista, e molto probabilmente le due versioni divergeranno ampiamente; questo perché, in realtà, nessuna delle due descrizioni corrisponderà alla realtà ma solo alla personale esperienza di essa che ha fatto il narratore. Anche un osservatore esterno, qualora avesse assistito alla scena, non potrà che fornire una lettura soggettiva dell’episodio osservato.
Qualsiasi conoscenza ed esperienza è dunque sempre il risultato di una elaborazione personale e perciò prevalentemente soggettiva. Quando comunichiamo, invece, spesso presupponiamo tacitamente che chi ci sta di fronte sia come noi, e che interpreterà come noi il messaggio che gli stiamo trasmettendo. In virtù di ciò spesso ci meravigliamo, o peggio ci arrabbiamo, se ci rendiamo conto di essere stati fraintesi. È da ciò che derivano molte difficoltà comunicative. Poiché non esiste un ordine esterno predefinito, ogni individuo deve fare riferimento ad un proprio ordine interno, personale, a quella che i cognitivisti chiamano organizzazione di significato personale. Questa permette di costruire e mantenere stabile nel tempo il proprio senso di Sé (l’immagine consapevole di sé, il senso di identità personale), e di selezionare e dare maggior rilievo nel nostro vivere quotidiano a quelle esperienze e a quelle relazioni che meglio ci permettono di mantenere una stabilità interiore. L’organizzazione di significato personale si costruisce su un nucleo di significati che è caratteristico per ciascun individuo. Si articola e si costruisce all’interno delle relazioni sociali significative durante tutto l’arco di vita: i genitori, i pari, il partner.
Il significato personale è inizialmente finalizzato a mantenere stabile il rapporto di attaccamento con il genitore: il bambino percepirà come più appartenenti a sé gli atteggiamenti e i tratti che, più di altri, gli consentiranno di ottenere la vicinanza e la protezione del genitore. Solo più tardi, con la risoluzione della riorganizzazione adolescenziale, tali tratti si struttureranno in una specifica organizzazione di significato personale attraverso la quale selezionare e ordinare le esperienze.
Ora che il concetto di significato personale sembra più chiaro, che succede se lo inseriamo nel contesto scolastico? A scuola come in tutti gli ambiti della vita ogni individuo (studente, insegnante, genitore etc.) porta un suo significato personale che si esprime e si articola all’interno dei rapporti scolastici.
Il grado di convivenza fa della scuola un luogo in cui, per forza di cose, si costruiscono rapporti significativi, in positivo e/o in negativo, all’interno dei quali avvengono scambi emotivi di varia intensità. Tali scambi possono essere elaborati in due modi: attraverso il significato personale e attraverso un significato comune. Consideriamo dunque la scuola come luogo in cui si intrecciano e si integrano i significati personali individuali. Così facendo questi danno luogo ad un significato comune che a sua volta offre ad ognuno un’immagine di sé che non può più prescindere dagli altri. Possiamo ipotizzare che nel tempo si strutturi un’identità scolastica che definisce per ogni partecipante il sentirsi (o non sentirsi) parte di quella comunità.
Facendo riferimento alle recenti applicazioni del modello cognitivo costruttivista postrazionalista sull’analisi delle relazioni e delle dinamiche familiari (M. Dodet, 2002) possiamo ipotizzare che le dinamiche che si avvicendano nelle relazioni scolastiche abbiano le stesse caratteristiche di quelle familiari: in rapporti caratterizzati dall’armonia il racconto di vicende comuni ha un significato comune; in rapporti disarmonici i racconti diventano separati e ognuno focalizza il racconto su aspetti diversi della questione, con attribuzioni diverse rispetto al rapporto di causa-effetto. I racconti condivisi lasciano il posto a racconti individuali facendo riemergere i significati individuali e con questi le distanze comunicative. Le affermazioni: “questo alunno proprio non si applica”, “la prof di italiano mi ha preso di mira” e “l’insegnante di italiano non capisce mio figlio”, sono le interpretazioni personali di un’esperienza che su un piano di condivisione potrebbe corrispondere a “la prof di italiano è abbastanza esigente, si aspetta dall’alunno un riconoscimento attraverso la preparazione e lo studente ha paura di non essere all’altezza della situazione, così non prova per niente a studiare”.
In questa ottica lo scopo principale di un intervento sulla comunicazione a scuola sarà più propriamente quello di creare le condizioni che permettano di condividere le sequenze di eventi e di ridefinire i rapporti. E poiché i vuoti e le ambiguità comunicative possono essere superate solo se e quando i soggetti che interagiscono arrivano a conoscere e a comprendere ognuno il punto di vista dell’altro, un intervento di questo tipo dovrà mirare a permettere il passaggio di informazioni tra le diverse categorie di persone che si incontrano a scuola (insegnanti, genitori, studenti) e, all’interno della stessa categoria, tra gli individui.

 
Bibliografia

Dodet M., Attaccamento, organizzazione di significato e reciprocità affettiva: una terapia di coppia.
Dodet M., Psicoterapia post-razionalista: il modello, la clinica, la formazione – Studi di Psichiatria – Vol.3, N.2, 2001.
Guidano V.F., La complessità del sé, Torino, Bollati Boringhieri, 1988.
Guidano V.F., Il sé nel suo divenire, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
Maturana H.R., Varela F., Autopoiesi e cognizione, Venezia, Marsilio, 1985.
Rezzonico G., Ruberti S., L’attaccamento nel lavoro clinico e sociale, Milano, Franco Angeli, 1996.

I “Terribili 2”

I “Terribili 2”

Molti genitori sanno che a 2 anni i propri figli cambiano radicalmente. La loro trasformazione è a livello cognitivo, comportamentale ed emotivo. In questo particolare periodo evolutivo i figli sperimentano un bisogno emergente di autonomia che spesso si associa a comportamenti dirompenti, provocatori o aggressivi nei confronti dei propri genitori. In genere questi comportamenti di sfida nei bambini tendono a scomparire gradualmente con la crescita, ma talvolta essi permangono strutturandosi nelle varie fasi evolutive.

I comportamenti tipici dei ‘terribili 2’ anni sono:
–       Richieste continue ed estenuanti che possono durare anche ore;
–       Capricci, spesso usati dai bambini più piccoli per ottenere ciò che vogliono o per evitare di fare qualcosa che è stato richiesto da un genitore;
–       Uso delle minacce, soprattutto per affermarsi nei confronti del genitore con frasi del tipo: “Scapperò”, “Non ti parlerò mai più”. Talvolta vengono usate anche delle aggressioni fisiche come lanciare oggetti al genitore e/o picchiarlo;
–       Vittimismo. In questi casi i bambini si lamentano facendo intendere ai genitori che non si sentono amati e voluti da loro e che per questo sono molto infelici.

Non è difficile comprendere quanto sia difficile gestire tali reazioni. Molto spesso nel mio lavoro mi trovo a rispondere ad una prima domanda fondamentale che i genitori mi pongono: Perché nostro figlio ha iniziato a comportarsi così? Ecco la risposta.
La ricerca di indipendenza/individualità nei bambini di 2 anni non può prescindere dalla ‘verifica’ degli effetti che tale ricerca può avere nelle relazioni significative per il bambino stesso. Ecco perché le manifestazioni di ribellione coinvolgono principalmente il rapporto con i genitori e con le figure più importanti e vicine al bambino. A quell’età sapere che i propri genitori risponderanno in modo calmo, deciso e coerente alle provocazioni e ribellioni fornisce una cornice chiara e solida entro la quale per i bambini è possibile ritagliarsi nuovi spazi di autonomia e indipendenza volti ad esplorare e conoscere. La reazione genitoriale in questi casi fornisce sicurezza e rassicurazione.

Tuttavia per alcuni genitori gestire le reazioni aggressive dei figli a quell’età causa un forte senso di disagio: frustrazione, senso di inadeguatezza, rabbia, paura sono alcune delle risposte emotive che le coppie genitoriali lamentano.

Uno studio pubblicato sul Journal of Family Psychology ha analizzato la connessione esistente tra il comportamento dirompente nei bambini e la risposta di eccessivo controllo/invadenza di alcuni genitori (Yan, Ansari e Wang, 2019). Lo studio ha dimostrato che di fronte ai comportamenti di ribellione e aggressività dei figli i genitori possono accentuare una serie di pratiche intrusive nella speranza di controllarli in maniera più efficace. In particolare gli adulti tendono a limitare i desideri di autonomia dei bambini, divengono particolarmente normativi e controllanti, evitano sempre più di portare i figli in situazioni sociali interrompendo involontariamente, così, le opportunità dei bambini di praticare abilità utili per regolare i loro comportamenti esternalizzanti.
 
Quando il senso di frustrazione nei genitori aumenta è più probabile che cerchino di gestire i figli alzando la voce, punendoli, mostrandosi arrabbiati per poi ritrovarsi mentalmente e fisicamente sfiniti. Tali reazioni, purtroppo, tendono ad alimentare le esternalizzazioni dei figli in una escalation faticosissima per tutti.
 
I ‘terribili 2’ è solo una fase evolutiva ma mette duramente alla prova i genitori. Questi devono sapere che è possibile gestirla senza particolare ansia, e affrontarla in modo più fluido e consapevole a totale beneficio della famiglia.

 
 
RIFERIMENTI

Yan, N., Ansari, A., & Wang, Y. (2019). Intrusive parenting and child externalizing behaviors across childhood: The antecedents and consequences of child-driven effects. Journal of Family Psychology, 33 (6), 661-970.

La perfetta imperfezione

La perfetta imperfezione

Nel lavoro, nello studio, nelle relazioni sociali, nella cura del proprio aspetto fisico il bisogno di aderire a standard di perfezione è un fenomeno sempre più dilagante. Un gran numero di individui ritiene che esistano ‘modelli’ da raggiungere in ogni campo della propria vita che però, nonostante l’impegno profuso, non riescono quasi mai ad eguagliare. Il risultato è un costante e pervasivo senso di fallimento, caratterizzato da pensieri ruminanti negativi che parlano della propria inadeguatezza, pigrizia o stupidità.

Se non ci si abbandona al senso di disperazione si ritenta, più tenaci e determinati di prima, divenendo sempre più critici ed esigenti con sé stessi e con gli altri. Molto spesso gli altri non riescono (ahimè neanche loro) a soddisfare le aspettative di questi soggetti risultando inaffidabili o, peggio ancora, deludenti. Ecco che la spirale perversa si completa portando i perfezionisti ad isolarsi sempre di più, convinti che le persone che li circondano non sono all’altezza e potrebbero impedire loro la legittima scalata verso il successo personale.

Secondo l’ American Psychological Association, il perfezionismo tra i giovani è notevolmente aumentato dagli anni ’80 e sembra associarsi ad un incremento dello stress, della depressione e dell’ansia nella società. Il desiderio di essere perfetto nei giovani sembra essere inoltre correlato a pensieri suicidari. In una meta-analisi pubblicata sul Journal of Personality, i ricercatori hanno trovato 45 studi su 54 campioni, con 11.747 partecipanti che collegavano il perfezionismo a pensieri e comportamenti suicidari.

Molto spesso tali ideali di perfezione sono astratti, o comunque molto distanti dalla vita reale di queste persone. Voglio essere magra; vorrei essere bella come quell’attrice; desidero essere più felice; sto trascurando la mia famiglia perché voglio avere più successo nel lavoro. Queste sono alcune delle affermazioni che talvolta ascolto nel mio lavoro di psicoterapeuta. Nulla di male a volersi migliorare, ma quando le ascolto io rispondo: quanti chili pensa di dover pesare per definirsi magra? Lei e quell’attrice siete due persone distinte, in cosa esattamente vorrebbe assomigliarle per sentirsi finalmente bella? La felicità non può essere una condizione permanente; in questo momento si ascolti e scopra come si sente davvero. Oppure: quali sono esattamente le cose che dovrà ottenere per definire sé stesso come uno che ha avuto successo nel lavoro?

L’infelicità nei perfezionisti è prevalentemente legata al fatto che per loro non è mai chiaro quali siano gli indizi concreti che possano far capire quando avranno realmente raggiunto gli obiettivi prefissati. E così, in una nebbia indefinita, essi continuano una ricerca estenuante senza mai sentire di averli afferrati davvero. Prima di pensare a ciò che si desidera, è importante chiedersi se ci si sente intrappolati nella gabbia dorata del perfezionismo.

Se è così, si può cambiare. L’indefinito lentamente può essere definito, e dovrebbe esserlo, così che il benessere psicologico possa arrivare alla portata dell’essere umano e della sua perfetta natura imperfetta.

Riferimenti bibliografici

Curran, T., & Hill, A. P. (2017). Perfectionism Is Increasing Over Time: A Meta-Analysis of Birth Cohort Differences From 1989 to 2016. Psychological Bulletin.
Smith, M. M., Sherry, S. B., Chen, S., Saklofske, D. H., Mushquash, C., Flett, G. L., & Hewitt, P. L. (2018). The perniciousness of perfectionism: A meta‐analytic review of the perfectionism–suicide relationship. Journal of Personality, 86(3), 522-542.  doi.org/10.1111/jopy.12333